Aldo Borsese – Brevi Note Esplicative sulle Opere Pittoriche di Grazia Savelli

In un mondo che predilige i colori, le sfumature, i compromessi, le ambiguità, la pittura di Grazia Savelli ci mostra tutte le potenzialità del non colore, dal mistero del buio alla gioia della luce, dallo splendore del nero all’ambiguità del chiaroscuro e alla solo apparente vacuità del bianco.

La sua è una pittura lenta e meditata che riesce a sintetizzare con rara efficacia situazioni, sensazioni, che insegue il profumo e il sapore si un’emozione; le basta una figura, un’ombra, uno scorcio, una parete per fare  emergere sentimenti, ostacoli, speranze.

Ci mostra il buio del nero però fa emergere sempre la luce nel suo contrario.

Uno specchio della vita le sue opere, con una visione sostanzialmente ottimistica: il suo nero, infatti, non solo assume luminosità diverse ma la luce cui ci conduce è da intendere come fonte di rivelazione e di scoperta di una verità nascosta nell’ombra.

Aldo Borsese

Gianfranco Labrosciano – Critico

Risalta, nell’opera di Grazia Savelli, una sostanza pittorica generata da una materia corposa, raggrumata ed epidermica, di una tattile consistenza ma quasi impalpabile, evanescente e labile, addirittura sfuggente, adombrata com’è di una mobile immaterialità che svapora, come i sogni che non lasciano traccia.

Si tratta di un quid assolutamente contraddittorio, a mio avviso, fra l’impiego della materia pesante e ciò che essa stessa traduce, che sfalda la materia medesima e la rende quasi inconsistente risolvendosi in un velo, un’ atmosfera che copre la una realtà sottostante, la quale non si manifesta nelle immagini e rimane nascosta, segretamente rinserrata in una sottostante irrealtà che tuttavia è quella che ci accoglie, ci attira, ci risucchia addirittura, come fossimo parti di quella sorta di verità inamovibile, più immanente dell’apparenza che vediamo, più profonda e severa, come si trattasse dell’apparenza nuda ma assolutamente necessaria e ineliminabile di noi, un territorio nel quale, osservando le opere, vorremmo immetterci correndo.

L’opera, in effetti, si palesa come un palcoscenico interiore in cui ogni gesto, ogni azione rappresentata è colta nella quieta, silenziosa immortalità del tempo sospeso, come si trattasse di brani o sequenze di eventi raccontati nel novero di un’esperienza lenta, tutta psicologica, che volge all’interiorità senza lasciare spazio o echi di rumore esterni. Eppure in questa lentezza l’opera stessa si consuma e l’immagine rappresentata si risolve, alla fine, in quella di un attimo, un istante passeggero che svanisce e fugge come un’ombra in una nebbia che dirada. Espressione, forse, di moti interiori, di intermittenze del cuore, direbbe Marcel Proust, attivanti la memoria involontaria o il ritmo ripetuto dell’abitudine, che segna il tempo della nostra vita senza che noi ce ne accorgiamo, che è quella dei nostri gesti e dei nostri passi sulla strada del vissuto quotidiano.

Un’atmosfera melanconica, quindi, forse di una tristezza sfinita, permea queste immagini, che si manifestano di un crudo realismo anche quando evocano o prospettano scene paradossali al limite del surreale che ci sprofondano in vertigini improvvise.
Così, forse perché i tagli prospettici delle composizioni, delle scene stranianti, delle fragili, illusorie, istantanee rappresentazioni colte nell’imprinting di una raggelata e immobile, rarefatta essenzialità, sono date dagli arditi scorci a volo d’aquila, ci capita di arrestarci sulla soglia di scale o di profonde voragini dove principiano i nostri labirinti oscuri, di una ghiacciata, fredda, monocroma necessità, e ci sentiamo come incollati davanti a queste immagini, come sprofondati nel fondo di pozzi artesiani nei quali vorremmo, inconsapevolmente, sostare oltre il tempo che ci è consentito.

Sul piano squisitamente artistico mi pare ci siano due tendenze opposte che si conciliano e si bilanciano.

Da una parte un fare rapido,veloce, quasi informale che traduce un’esigenza passionale e la vis di una pulsione emozionale originaria e irrazionale, dall’altra una lucida tendenza di un segno figurativo, orientato al disegno narrativo, capace di circoscrivere il dato naturalistico.

Una felice combinazione, dunque, che a tratti sfora in un eccesso di lentezza nell’insieme di brani rapidi e veloci che contraddice l’unità linguistica, ma che in generale obbedisce al progetto estetico, che è quello, forse, di appuntare delle istantanee in movimento sul vestito consumato, a volte troppo grigio della vita.

Cosenza, 14.05.2012

Gianfranco Labrosciano

Enzo Le Pera – Critico Gallerista

La pittura di Grazia Savelli è pittura “sua”; non ha ascendenze, o matrici nel panorama artistico nazionale. Può piacere, o non piacere; non conosce vie di mezzo.

E’ pittura lenta e meditata, dura e maschia, che non consente nulla al romanticismo; è uno spaccato dei tempi moderni, di tempi nei quali l’uomo si trascina ansie ed angosce per un divenire incerto, con troppe paure e poche certezze.

L’artista scava nel suo inconscio e restituisce alla tela figure che sembrano tremare al contatto col mondo, che sembrano incerte nel vivere quotidiano, in attesa di una qualsivoglia sopravvivenza. Savelli prende coscienza delle asperità del mondo, di un mondo in bianco e nero; e così ce lo restituisce.

Miguel de Unamuno scriveva: accade invariabilmente che il punto di partenza della saggezza sia la paura.

Beh, Grazia Savelli è una pittrice….saggia.

Giorgio Di Genova – Direttore artistico del Premio internazionale LIMEN 2011

L’atmosfera desolata delle sue scene dipinte, come pure i personaggi delle sue sculture, senza dubbio portano le stimmate della sua lunga attività nell’ambito del sociale.

La solitudine domina anche nelle scene con più persone come è “Mancati Incontri” del 2004 in cui la visione dall’alto accentua l’incomunicabilità esistenziale di ciascuno, con il “la” del solitario passante in basso al centro della piazza dal terreno significativamente ferito da crepe.

Ed è proprio questa opprimente solitudine che fa distinguere le sue scene da quelle delle piazze con folle di manifestanti, anch’esse in bianco e nero e viste dall’alto, dallo spagnolo Juan Genoves, palesemente influenzato dalla fotografia e dal cinema.

Giorgio Trichilo – Giornalista – TROPEA FESTIVAL di Leggere & Scrivere

Si può dipingere una canzone? Si possono esprimere i suoi versi con una serie di pennellate in grado d’offrire alle emozioni quella nota in più. E se poi le canzoni sono quelle di Fabrizio de Andrè nonè una sfida quanto mai ardua? La risposta a queste domande è al TROPEA FESTIVAL di Leggere & Scrivere che ospita la personale della pittrice GRAZIA SAVELLI: 18 quadri abbinati ai versi di altrettante canzoni del cantautore genovese.

“L’esperimento è nato nel 2009, in occasione del decennale della scomparsa di de Andrè” spiega Grazia Savellli l’artista di Pizzo Calabro, da anni residente nel capoluogo ligure, ma che mantiene uno studio di pittura nella sua città natale.

La Savelli porta avanti una ricerca personale espressa attraverso un’innata creatività. Le sue opere assumono una connotazione che le rende ricche di sintesi concettuali, nello stesso tempo chiare e coinvolgenti. Si tratta di un’alchimia che i visitatori possono ammirare nelle sale del Palazza Gagliardi, in occasio nel Tropea Festival.

Le opere esposte cercano di giocare con l’occhio del pubblico: la ricerca dell’implicito, di qualcosa che c’è ma non si svela di prima acchito è insita in ognuno dei 18 quadri in mostra. L’implicito si svela nell’incontro tra i colori e i versi delle canzoni di de Andrè. A parlare è la poesia. A rispondere sono le nostre emozioni: di ciascuno di noi. Buona visione

3-8 Ottobre 2016, Palazzo Gagliardi – Vibo Valentia

Germano Beringheli – Critico d’arte

Grazia Savelli, pittrice e scultrice, ha assunto le lezioni di alcuni maestri della contemporaneità cogliendo dei loro suggerimenti, piuttosto che l’essenziale rigore della pittura o della scultura, i pro e i contro della rappresentazione iconica.
Tuttavia – reinvestendo la figurazione, nel corrente post-moderno, una sorta di riformulazione simbolica dell’esistenziale – ritengo quanto mai opportuna l’attenta considerazione dei suoi quadri al fine di cogliervi quello stesso statuto di dignità creativa e intellettuale che amplifica l’indagine estetica e psicologica, utile alla comprensione di un mondo di immagini silenziose e severe nonché, peraltro, di lucida eloquenza.
I toni bassi (prodotti da un bianco e nero gessoso e pressoché monocromo, fenomeno di derivazione orientale) – che lasciano intravedere, nella materia strutturale dei fondi, il tenue chiaro grigio roseo della luce – contribuiscono, forme primitive e valenze narrative, agli echi sensibili e alle conseguenti analogie poetiche, forse melanconiche, di avvenimenti interiorizzati, più evocati che raccontati, o di azioni che rivengono alla memoria.
Il filo conduttore dei suoi lavori pittorici focalizza, perciò, alcuni accadimenti noti e lo sguardo indagatore (il quale ricorda, detto per inciso, il “blow-up” di Antonioni) si sposta per sequenze verso il significato simbolico che ricalca l’esperienza emozionale e spirituale della realtà sino alle deformazioni incisive e drammaticamente riflessive degli Espressionisti (Pascin, per esempio, o Soutine o, persino, il Kubin, disegnatore ma anche scrittore attento a quei fantasmi che rivelano e confermano la realtà)

Proprio lo slancio espressionista – svariato e commisto, nei quadri della Savelli, anche alla densità materiale del ductus pittorico – rimanda a una tradizione figurativa che “mette in scena” il ritorno alla storia, anche a quella minima quotidiana e individuale che ci coinvolge, altrettanto complessa, quanto quella universale.
L’immagine ferma, quindi, il nucleo veritiero dell’essere e contorna, disegnata, i limiti consueti tra soggetto e oggetto (per esempio una bimba che gioca correndo) e l’estensione naturale del suo aspetto visivo.
Frequentemente, di una vicenda, risulta, nel dipinto, una figura o un’ombra calcinata dentro la ristretta banda dei bianchi, cromaticamente grave, proiettata in nero, su una improbabile strada o sull’ipotetica parete di una casa; un’apparizione di rilievo, segno significante singolarmente coinvolto anche da esiti achisti o informali fondati sull’accordo delle forme e sull’impasto dei colori, su ruvido e screpolato intonaco. Quello, il segno significante, ha, peraltro, sollecitazioni stilistiche colte, originate, tutte o quasi, dalla semplicità emotiva che fu di quei neo-figurativi che volsero in pittura, attorno agli anni ’50 del Novecento e per analogia, la cruda dimensione esistenziale dell’uomo.
Che è, poi, nei dipinti della Savelli, il motivo ricorrente con cui essa affida alla materia-colore e alla propria icasticità espressiva la necessità ontologica di trattare, nella rappresentazione e con forte carattere emotivo, un avvenimento coinvolgente in relazione al vissuto.

Dolores Weber – Scultrice ed esperta d’arte

La corporeità è una costante nella scultura di Grazia Savelli:

corpi emergenti, seminascosti, contemplativi, vaganti e, a volte, ingombranti nascono dalle sue mani come espressione di futuri accomodamenti: la creta esprime la volontà di costruire non di distruggere.
E questi corpi aspirano ad una propria salvezza: è una prospettiva romantica, che sorge dai segni che la vita ha lasciato in loro.
Nella sua pittura, invece, la corporeità si può solo immaginare (ombre e profili), mentre la natura e gli spazi sono i veri protagonisti. Certamente il contrasto dei suoi soggetti (paesaggi definiti e paesaggi astratti) ci restituiscono ancora un linguaggio romantico, in cui nascono spazi irreali e intimi e in cui Grazia vuole che noi ci immergiamo